March 8, 2012
Occhio nel the’, 2012

Occhio nel the’, 2012

February 17, 2012
deforest:

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February 14, 2012

“Cos’è successo?” si disse Cupido sbalordito. Si Cupido, il suo nome era come quello del Dio dell’amore, nato il 14 febbraio di tanti, tanti anni fa. Neanche si ricordava quanti anni avesse.

Era passato troppo tempo, aveva dormito per troppo tempo. Si sentiva intrappolato dentro a quella vasca. La sua pelle era viscida, mucosa, bagnata. Tremava. Per lui il tempo si era fermato, quel fatidico giorno, il 14 febbraio, giorno in cui è stato anche messo al mondo. Tutto l’inverosimile della sua vita accadeva in quel giorno. Giorno che Cupido ha iniziato a odiare da fin dentro il midollo.

Si mosse, dei fili si staccarono. Cominciò a rammentare. Le budella si contorcevano. C’era ancora qualcosa che non quadrava. I ricordi si facevano sempre più chiari nella sua mente.  Il dolore, la depressione, le cose non dette, l’ibernazione… Tutto. Aveva dormito per più di 70 anni. L’esperimento era riuscito. Fece fatica per sedersi ed ecco, lei. Lei che lui ha tanto voluto dimenticare, lei che lui aveva lasciato, lei che lui aveva abbandonato, lei a cui lui aveva dato tutto.

Una donna. La donna. La donna per cui ha sofferto dopo la separazione da lui forzata, che ha evitato per svariato tempo. Si ricordò che aveva scritto dei pensieri su un quaderno per non ammettere a se stesso che aveva fatto un errore. Iniziò a scriverci quando era nel pieno vigore della forza dell’amore. Quel quaderno conteneva i suoi pensieri più profondi, non voleva che svanissero. Nel sua parte più profonda non voleva che svanisse. Godiva, quello era il suo nome.

Indossava una maschera. Provò a toglierla, ma facendo così gli impediva di respirare.

“Cazzo” fu l’unica cosa che riuscì a dire dopo tutto quel pensare.

Uscì dall’enorme vasca con prudenza, evitando si scivolare. Le luci in quell’enorme stanza erano fioche, come se non volessero disturbare il sonno dei dormienti. Scrutò frettolosamente ciò che lo circondava. Non era l’unico. Rabbrividì. Cercò qualcosa che potesse coprirlo. Fece i primi passi, la sua andatura era difficoltosa e pesante, notò che i suoi muscoli erano ancora atrofizzati, ma poco gli interessava. Riuscì a raggiungere la fine della stanza, c’erano una scrivania e una sedia. Sullo schienale della sedia c’era un camice bianco. Lo indossò e proseguì in direzione della porta.

Quella grossa porta bianca aveva un simbolo rosso nel mezzo. Indicava che poteva essere aperta solo con una password da digitare nel piccolo pannello alla sua sinistra. Cupido iniziò a questionarsi  su quale assurda parola questi uomini a lui ormai sconosciuti potevano aver utilizzato. Ci provò una prima volta. “Hibernation”, per lui poteva sembrare la parola più ovvia. Nulla. Un suono acuto gli avvertì che era sbagliato. Ci riprovò. “Lost”, di nuovo quell’assordante suono.

“Ultimo tentativo per digitare la password” sul display apparve una scritta seguita da una voce metallica.

“Voglio uscire da qui, vedere cosa mi aspetta là fuori. Dimenticare definitivamente quella donna creandomi una nuova vita, nuovi ricordi. Ormai è passato”

Ci pensò attentamente, studiò tutta la stanza cercando di trovare un indizio che potesse aiutarlo. Ed ecco l’illuminazione. “Humans”, la digitò con fermezza. La porta emise un sibilo e si aprì.

Ancora non riusciva a crederci. Il laboratorio era un dirigibile, erano passati 70 anni ed era ancora in funzione. Cupido sbigottì nel guardare in basso, il pavimento era di vetro.

Improvvisamente l’espressione del suo viso mutò. Non era cambiato nulla. Tutto il male che c’era nel suo passato era ancora presente. Ripensò a tutto quello che aveva fatto, a quanto si era sforzato. Si rese conto che era stato tutto inutile. Era rimasto solo, il 14 febbraio.

February 13, 2012

(via trip-to-stationeria)

February 11, 2012
"Ora ascolta: ovunque io sia, riconoscerò le tue risate, vedrò il sorriso nei tuoi occhi, sentirò la tua voce. Il semplice fatto di sapere che tu sei da qualche parte su questa terra sarà, nell’inferno, il mio angolo di paradiso."

Sette giorni per l’eternità, Marc Levy (via egocentricacomeigatti)

(Source: lalunereve, via linguaggiomanonparole)

February 11, 2012
"Ever tried. Ever failed. No matter. Try again. Fail again. Fail better."

— Samuel Beckett (via egocentricacomeigatti)

(Source: quote-book, via egocentricacomeigatti)

February 11, 2012
electricfeeling:

it reminds me of coldplay

electricfeeling:

it reminds me of coldplay

(via electricfeeling)

February 11, 2012

Time Lapse Images of Earth at Night Taken From the International Space Station

(Source: britneys-unicorn, via jederistallein)

February 9, 2012

Mi sono ritrovata lì, senza sapere come, quando nè perchè ero proprio in quel luogo. Non riuscivo a mettere a fuoco la vista, gli occhi percepivano un trionfo di colori. Sogno o son desta? Capivo che non era più casa mia, non era più il posto che ritenevo fosse “un angolo di pace”.

Tutto mi era estraneo.

Tenevo gli occhi chiusi il più possibile, non volevo esporli ad ulteriori traumi. D’un tratto sento una scossa elettrica lungo la schiena che mi ha portato ad aprire di botto i miei occhi. Tutti quei colori prima sfocati erano diventati omogenei. Una miriade di lucciole che contornavano una giostra, non una qualunque, ma quella della mia vita. Il primo vagito, la prima pappa, il primo viaggio, il primo motivo suonato al piano, il primo giorno di scuola, la prima gara di ginnastica artistica, il primo discorso in inglese, la prima sigaretta e il primo filone, il primo amore, il grande amore. Anni, questi sono gli anni, storie sempre uguali, anni che, ogni tanto ti portano acciacchi. Sembrava di essere un uno di quei film muti, i migliori direi, colgono la vera essenza delle cose. Le rendono… Semplici.

Mi sentivo osservata. Intorno a me non vi era nessuno, solo una vasta e desolata collina in mezzo al nulla. Sentivo come una forte attrazione verso la giostra. La giostra aveva vita propria. Un’anima. Mi chiamava a sè, non potevo resistere. Mi stava invitando a risalirci. Io stavo realizzando: ero scesa dalla giostra poichè ero avvolta dalla paura. Paura di vivere, di mettermi in gioco.

Ero pronta, pronta per una nuova avventura.

February 9, 2012
oldhollywood:

Louise Brooks and Fritz Rasp in Diary of a Lost Girl (1929, dir. G.W. Pabst)

oldhollywood:

Louise Brooks and Fritz Rasp in Diary of a Lost Girl (1929, dir. G.W. Pabst)

February 9, 2012
sciretacere:

(by thundered cat)

sciretacere:

(by thundered cat)

(via jederistallein)

February 7, 2012
theloudestvoice:

C’mon, I had to. :)
kylarose:

 
Daddy Long Legs, 1919, dir. Marshall Neilan

theloudestvoice:

C’mon, I had to. :)

kylarose:

Daddy Long Legs, 1919, dir. Marshall Neilan


February 7, 2012
"I could be yours forever, but you chose to be alone.
Maybe you’ve always been."

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